La Città dell'Orrore

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La Città dell'Orrore

Messaggio Da LukaSkins il Dom Ago 10, 2008 10:27 pm

Questa FF parla, nell'ambito di Resident Evil, di una ragazzina scampata alla mutazione di quasi tutta la popolazione di Raccoon City in zombie a causa del virus sfuggito al controllo dell'Umbrella Corporation, passando dal ritrovarsi chiusa in casa col padre al dover uscire di li per affrontare le strade infestate dai non morti per cercare un luogo sicuro. La città è stata abbandonata a se stessa fino alla decisione finale.

La scrissi mooolto tempo fa..

Resident Evil - Fan Fiction

“La Città dell’Orrore”

Capitolo 1: Casa sigillata

Casa McField non era più un luogo sicuro, non era più quell’appartamento sicuro di un caseggiato piuttosto lussuoso che ne possedeva quattro molto ampi. Nessun posto di Raccoon City poteva ormai definirsi sicuro. Quelle creature cannibali ormai popolavano la città; non erano altro che delle mutazioni terrificanti di quelli che prima erano parenti, amici e conoscenti degli ultimi due McField rimasti. Erano giorni che ormai il signor McField aveva sigillato casa, così da starsene al sicuro dentro, con la figlia, aspettando l’arrivo dei soccorsi.

Kathleen McField, una ragazzina di quattordici anni, di media statura con capelli castani che le arrivavano alle spalle, se ne stava seduta in un angolo di camera sua lottando con se stessa per cercare di non sentire ancora quei mugolii famelici, quelle urla di persone ancora vive (ma per poco) provenire dall'esterno. La ragazzina, oltre alle lacrime, stava finendo pure le speranze. Era ormai convinta che nessuno li avrebbe salvati, che sarebbero morti come tutti gli altri; ricordò poi la tragica fine di sua madre e sua sorella pochi giorni prima, di come loro erano state prese da quei mostri, mentre invece il padre e lei erano riusciti a barricarsi in casa; sentiva ancora le urla del sangue del suo sangue che, echeggiando nella sua mente, le dicevano di correre e correre, di non fermarsi. Aveva pianto tanto, troppo. Quelle atrocità l’avevano strappata da un innocente gioventù catapultandola in un mondo di morte e dolore.
Infine però decise di alzarsi e lentamente si diresse in cucina, per vedere come stesse il padre. Lui era chiaramente sull’orlo della depressione, aveva perso la moglie e una figlia, aveva visto orrori inconcepibili, la disperazione metteva in crisi la sua salute mentale. Ma si era ripromesso di non darlo a vedere, doveva essere forte davanti a lei così da trasmetterle un po’ di sicurezza. Così non appena si accorse della presenza di Kathleen si alzò dal tavolo, dove una volta si poteva trovare la famiglia riunita, e si diresse dalla questa.
“Tesoro hai fame?” chiese, accarezzandole i capelli, rammaricandosi della sua triste espressione. Ma come poteva la ragazzina avere fame? Lo stomaco le si era chiuso completamente, il cibo le faceva venire in mente come si nutrivano quelle creature, quei mostri.
“No..” disse con un filo di voce.
“Ma non mangi da un giorno” disse lui apprensivo. La figlia non gli diede risposta.
Si interruppe poi il silenzio derivato, si sentirono infatti dei tonfi assordanti alla porta, barricata, di casa.
“Maledetti! La sfonderanno!” Esclamò l’uomo per poi precipitarsi a fissare meglio le assi che bloccavano la porta. I mostri la fuori sapevano che carne fresca era li dentro, li fiutavano. Desideravano ardentemente mangiare qualcosa che non fosse ancora topi o uccelli morti. Ciò pensavano, almeno per quel poco di intelligenza rimasta.
Kathleen per conto suo sentì un urlo di una ragazza provenire da fuori, probabilmente dal cortile in basso opposto alla porta d'ingresso della propria abitazione. E se fosse stata Danielle a gridare? Lei era la sua migliore amica che abitava nell’ edificio a fianco, non aveva avuto più notizie di lei, come del resto del mondo. Così presa da un’angoscia terribile decise di correre in camera e di alzare la tapparella, che non era stata bloccata da delle assi perché il padre sosteneva che quei mostri non potevano raggiungerla, a meno che non sapessero volare, ma comunque aveva stabilito di lasciarla chiusa. Ignorando l’ordine del genitore, Kathleen l'aprì e si trovò a guardare fuori nel cortile, vide una ragazza bionda appoggiata al muro del vicolo cieco; si era messa in trappola e ormai non urlava più, aspettava solo che quei mostri la raggiungessero. Li guardava con un misto di terrore e disgusto. Kathleen si sentiva impotente, non poteva aiutarla, si avvicinavano famelici alla bionda fino a raggiungerla. Non doveva guardare ma infine lo fece e sentì le urla strazianti di dolore della ragazza, ormai raggiunta. Vide sangue a fiotti scorrere. Nemmeno il tempo di provare un qualche sentimento di disgusto che fu distratta dall’entrata nella stanza di un corpo estraneo, sembrava un volatile. Kathleen si girò e se lo trovò davanti, pronto ad attaccarla. Fortunatamente arrivò il padre, che teneva ancora il martello in mano e sferrò così un colpo all'uccello, un corvo che poteva definirsi morto nell'aspetto se solo non ci fosse stato il fatto che potesse ancora volare. Anche questo, come gli umani della città, era stato contagiato e di conseguenza mutato. Dopo il forte colpo subito, la creatura si accasciò sul pavimento della camera schizzando un pò di sangue.
“Ti avevo detto di non aprire!” Sbraitò il padre dirigendosi alla finestra per richiuderla, ma Kathleen non l’ascoltava. Era rimasta a fissare il volatile per terra, ripensando inoltre alla bionda li fuori che non era Danielle. L'amica era mora. Riguardando il corvo notò che mancava parte del piumaggio dove si poteva vedere la carne di un colore violaceo, emanava infine un odore fetido.
“Ah che schifo” disse l’uomo raggiungendo il pennuto e prendendolo per un’ala con l’intenzione di buttarlo nel cestino dell’immondizia. Fu un attimo, il corvo sembrò risvegliarsi. Attaccò a beccate micidiali il braccio dell’uomo che lo lasciò andare imprecando, l’uccello mirò poi agli occhi. Kathleen non sapeva che fare, ma poi d'istinto prese il martello del padre che precedentemente era caduto a terra e si avventò sul volatile senza pensarci, riuscì a colpirlo. Per assicurarsi che fosse morto continuò a pestarlo una volta rovinato a terra, presa da una rabbia mai provata prima. Dopo essersi calmata si occupò di verificare lo stato del padre.
“Papà” disse apprensiva con voce stridula di timore. L’uomo risultò ferito al braccio dove il sangue cadeva lento, inoltre sulla guancia sinistra era presente un graffio dall’aria profonda.
“Prendimi le bende tesoro” disse l’uomo con fare stanco, la paura era stata molta. Kathleen eseguì e fasciò il braccio del padre.
“Perdonami” aggiunse la ragazza tristemente. L’uomo l’abbracciò goffamente, lei si sentì per un tratto sollevata e rassicurata tra le braccia dell'unico genitore rimasto. Il volatile, ormai definitivamente deceduto, fu sigillato in un sacco per la spazzatura e gettato in uno sgabuzzino.

Tre ore dopo, sulle otto di sera circa, Kathleen se ne stava distesa sul letto e inevitabilmente si ritrovò, come un disco rotto, a pensare alle stesse scene, sempre quelle tragiche scene. Non riusciva a cancellarle dalla mente, riaffioravano come squali dall’acqua. “Vedrai che arriveranno i soccorsi” le aveva detto il padre poco prima. Si certo, era stufa di sentirselo dire, i soccorsi non arrivavano mai e loro dovevano starsene chiusi li dentro con la paura che da un momento all’altro quei mostri potessero sfondare la porta. Le mancava la scuola, gli amici, Danielle. Dov’era? Tragicamente morta? Oppure si era salvata da qualche parte? Forse era ancora viva e se ne stava rintanata con la famiglia aspettando soccorsi come facevano lei e suo padre. Si aggrappò a quella speranza, che la sua amica fosse ancora viva. Le mancava la madre, la sorella Meredith, quella sorella che aveva odiato ma che ora capì quanto le avesse in realtà voluto bene.
Il sonno venne a trovarla, gettandola in uno stato di dormiveglia. Le parve di sentire, in sogno, degli spari, dei rantolii, dei lamenti.

Si svegliò un'ora dopo. Riprese il contatto con la dura realtà e rimase sconcertata perché non sentiva più quei mostri battere alla porta. Kathleen decise di alzarsi così da sgranchirsi un po’ le gambe. Ritornò così in cucina ma del padre nemmeno l’ombra.
“Papà!” Lo chiamò, ma sicuramente doveva essere andato in bagno, strano però che non rispondesse... Dopo un minuto la ragazza decise di andare a vedere, bussò alla porta del bagno così da accorgersi che questa era aperta, spinse così da prendere piena visuale del grande bagno che possedevano. Guardando il lavandino vide qualcosa che le fece saltare il cuore in gola, c’era tanto sangue, troppo da sopportare. Spostando lo sguardo ne vide altro insieme ad un liquido che sembrava saliva sulla vasca da bagno.
“Papà!” La ragazza si stava agitando “Papà!” Gridò ancora. Aprì la porta dello sgabuzzino, perquisì tutte le stanze della casa fino a che si ritrovò di nuovo in cucina. Stava cominciando a piangere, suo padre, l’ultima persona cara che gli era rimasta, era sparita. Solo dopo essersi asciugata le lacrime si accorse di un pezzo di carta sopra al tavolo, avvicinandosi notò che era sporco di sangue. Lo lesse almeno due volte:

Tesoro, prendi la chiave, vai allo Zoo e nasconditi nel mio ufficio al posto di guardia, penso sia l’unico posto sicuro dato che si chiude da fuori. Li troverai cibo e riparo. Voglio che ti sigilli la dentro e non uscire fino a che non arrivino dei soccorsi. Se non dovessero arrivare.. se riesci arriva al magazzino, li troverai razzi segnalatori che spero possano essere visti.
La nostra casa non è più sicura.. credo.. Non dovresti trovare di quei mostri mentre esci da qui, ci ho pensato io, in ogni caso ti lascio quell’arma che hai tanto odiato in questi anni, ti servirà forse durante il tragitto verso quel posto. La troverai sul bancone del nostro ex portinaio, te la lascio li... si li.. Mi spiace non darti una spiegazione, ma penso sia meglio così. Ti voglio bene, papà.


Kathleen piangeva ancora e non fece caso a come si stesse sporcando le mani di sangue, toccando quel biglietto. Voleva solo che il padre tornasse, non voleva credere che l’avesse abbandonata così. Si convinse però che forse c’era stato un motivo più che valido.
Dopo aver preso coraggio e smesso di piangere, la ragazzina aprì il frigorifero e prese qualche barretta di cioccolato per sicurezza e se le cacciò nelle tasche dei jeans, quelli all’ultima moda. Si diresse alla porta, con in tasca le chiavi d’ingresso allo Zoo, e sospirando concepì perché non aveva più sentito i mostri dopo gli spari, li aveva uccisi il padre per lasciarle un po’ di via libera. Aprì la porta, ormai non più sigillata, con il cuore che batteva a mille, pronta, o forse no, a rimettere i piedi fuori di casa e di percorrere quelle strade che una volta poteva definire sicure...

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Re: La Città dell'Orrore

Messaggio Da Konrad37 il Lun Ago 11, 2008 8:21 pm

LukaSkins ha scritto:Questa FF parla, nell'ambito di Resident Evil, di una ragazzina scampata alla mutazione di quasi tutta la popolazione di Raccoon City in zombie a causa del virus sfuggito al controllo dell'Umbrella Corporation, passando dal ritrovarsi chiusa in casa col padre al dover uscire di li per affrontare le strade infestate dai non morti per cercare un luogo sicuro. La città è stata abbandonata a se stessa fino alla decisione finale.

La scrissi mooolto tempo fa..

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Capitolo 1: Casa sigillata

Casa McField non era più un luogo sicuro, non era più quell’appartamento sicuro di un caseggiato piuttosto lussuoso che ne possedeva quattro molto ampi. Nessun posto di Raccoon City poteva ormai definirsi sicuro. Quelle creature cannibali ormai popolavano la città; non erano altro che delle mutazioni terrificanti di quelli che prima erano parenti, amici e conoscenti degli ultimi due McField rimasti. Erano giorni che ormai il signor McField aveva sigillato casa, così da starsene al sicuro dentro, con la figlia, aspettando l’arrivo dei soccorsi.

Kathleen McField, una ragazzina di quattordici anni, di media statura con capelli castani che le arrivavano alle spalle, se ne stava seduta in un angolo di camera sua lottando con se stessa per cercare di non sentire ancora quei mugolii famelici, quelle urla di persone ancora vive (ma per poco) provenire dall'esterno. La ragazzina, oltre alle lacrime, stava finendo pure le speranze. Era ormai convinta che nessuno li avrebbe salvati, che sarebbero morti come tutti gli altri; ricordò poi la tragica fine di sua madre e sua sorella pochi giorni prima, di come loro erano state prese da quei mostri, mentre invece il padre e lei erano riusciti a barricarsi in casa; sentiva ancora le urla del sangue del suo sangue che, echeggiando nella sua mente, le dicevano di correre e correre, di non fermarsi. Aveva pianto tanto, troppo. Quelle atrocità l’avevano strappata da un innocente gioventù catapultandola in un mondo di morte e dolore.
Infine però decise di alzarsi e lentamente si diresse in cucina, per vedere come stesse il padre. Lui era chiaramente sull’orlo della depressione, aveva perso la moglie e una figlia, aveva visto orrori inconcepibili, la disperazione metteva in crisi la sua salute mentale. Ma si era ripromesso di non darlo a vedere, doveva essere forte davanti a lei così da trasmetterle un po’ di sicurezza. Così non appena si accorse della presenza di Kathleen si alzò dal tavolo, dove una volta si poteva trovare la famiglia riunita, e si diresse dalla questa.
“Tesoro hai fame?” chiese, accarezzandole i capelli, rammaricandosi della sua triste espressione. Ma come poteva la ragazzina avere fame? Lo stomaco le si era chiuso completamente, il cibo le faceva venire in mente come si nutrivano quelle creature, quei mostri.
“No..” disse con un filo di voce.
“Ma non mangi da un giorno” disse lui apprensivo. La figlia non gli diede risposta.
Si interruppe poi il silenzio derivato, si sentirono infatti dei tonfi assordanti alla porta, barricata, di casa.
“Maledetti! La sfonderanno!” Esclamò l’uomo per poi precipitarsi a fissare meglio le assi che bloccavano la porta. I mostri la fuori sapevano che carne fresca era li dentro, li fiutavano. Desideravano ardentemente mangiare qualcosa che non fosse ancora topi o uccelli morti. Ciò pensavano, almeno per quel poco di intelligenza rimasta.
Kathleen per conto suo sentì un urlo di una ragazza provenire da fuori, probabilmente dal cortile in basso opposto alla porta d'ingresso della propria abitazione. E se fosse stata Danielle a gridare? Lei era la sua migliore amica che abitava nell’ edificio a fianco, non aveva avuto più notizie di lei, come del resto del mondo. Così presa da un’angoscia terribile decise di correre in camera e di alzare la tapparella, che non era stata bloccata da delle assi perché il padre sosteneva che quei mostri non potevano raggiungerla, a meno che non sapessero volare, ma comunque aveva stabilito di lasciarla chiusa. Ignorando l’ordine del genitore, Kathleen l'aprì e si trovò a guardare fuori nel cortile, vide una ragazza bionda appoggiata al muro del vicolo cieco; si era messa in trappola e ormai non urlava più, aspettava solo che quei mostri la raggiungessero. Li guardava con un misto di terrore e disgusto. Kathleen si sentiva impotente, non poteva aiutarla, si avvicinavano famelici alla bionda fino a raggiungerla. Non doveva guardare ma infine lo fece e sentì le urla strazianti di dolore della ragazza, ormai raggiunta. Vide sangue a fiotti scorrere. Nemmeno il tempo di provare un qualche sentimento di disgusto che fu distratta dall’entrata nella stanza di un corpo estraneo, sembrava un volatile. Kathleen si girò e se lo trovò davanti, pronto ad attaccarla. Fortunatamente arrivò il padre, che teneva ancora il martello in mano e sferrò così un colpo all'uccello, un corvo che poteva definirsi morto nell'aspetto se solo non ci fosse stato il fatto che potesse ancora volare. Anche questo, come gli umani della città, era stato contagiato e di conseguenza mutato. Dopo il forte colpo subito, la creatura si accasciò sul pavimento della camera schizzando un pò di sangue.
“Ti avevo detto di non aprire!” Sbraitò il padre dirigendosi alla finestra per richiuderla, ma Kathleen non l’ascoltava. Era rimasta a fissare il volatile per terra, ripensando inoltre alla bionda li fuori che non era Danielle. L'amica era mora. Riguardando il corvo notò che mancava parte del piumaggio dove si poteva vedere la carne di un colore violaceo, emanava infine un odore fetido.
“Ah che schifo” disse l’uomo raggiungendo il pennuto e prendendolo per un’ala con l’intenzione di buttarlo nel cestino dell’immondizia. Fu un attimo, il corvo sembrò risvegliarsi. Attaccò a beccate micidiali il braccio dell’uomo che lo lasciò andare imprecando, l’uccello mirò poi agli occhi. Kathleen non sapeva che fare, ma poi d'istinto prese il martello del padre che precedentemente era caduto a terra e si avventò sul volatile senza pensarci, riuscì a colpirlo. Per assicurarsi che fosse morto continuò a pestarlo una volta rovinato a terra, presa da una rabbia mai provata prima. Dopo essersi calmata si occupò di verificare lo stato del padre.
“Papà” disse apprensiva con voce stridula di timore. L’uomo risultò ferito al braccio dove il sangue cadeva lento, inoltre sulla guancia sinistra era presente un graffio dall’aria profonda.
“Prendimi le bende tesoro” disse l’uomo con fare stanco, la paura era stata molta. Kathleen eseguì e fasciò il braccio del padre.
“Perdonami” aggiunse la ragazza tristemente. L’uomo l’abbracciò goffamente, lei si sentì per un tratto sollevata e rassicurata tra le braccia dell'unico genitore rimasto. Il volatile, ormai definitivamente deceduto, fu sigillato in un sacco per la spazzatura e gettato in uno sgabuzzino.

Tre ore dopo, sulle otto di sera circa, Kathleen se ne stava distesa sul letto e inevitabilmente si ritrovò, come un disco rotto, a pensare alle stesse scene, sempre quelle tragiche scene. Non riusciva a cancellarle dalla mente, riaffioravano come squali dall’acqua. “Vedrai che arriveranno i soccorsi” le aveva detto il padre poco prima. Si certo, era stufa di sentirselo dire, i soccorsi non arrivavano mai e loro dovevano starsene chiusi li dentro con la paura che da un momento all’altro quei mostri potessero sfondare la porta. Le mancava la scuola, gli amici, Danielle. Dov’era? Tragicamente morta? Oppure si era salvata da qualche parte? Forse era ancora viva e se ne stava rintanata con la famiglia aspettando soccorsi come facevano lei e suo padre. Si aggrappò a quella speranza, che la sua amica fosse ancora viva. Le mancava la madre, la sorella Meredith, quella sorella che aveva odiato ma che ora capì quanto le avesse in realtà voluto bene.
Il sonno venne a trovarla, gettandola in uno stato di dormiveglia. Le parve di sentire, in sogno, degli spari, dei rantolii, dei lamenti.

Si svegliò un'ora dopo. Riprese il contatto con la dura realtà e rimase sconcertata perché non sentiva più quei mostri battere alla porta. Kathleen decise di alzarsi così da sgranchirsi un po’ le gambe. Ritornò così in cucina ma del padre nemmeno l’ombra.
“Papà!” Lo chiamò, ma sicuramente doveva essere andato in bagno, strano però che non rispondesse... Dopo un minuto la ragazza decise di andare a vedere, bussò alla porta del bagno così da accorgersi che questa era aperta, spinse così da prendere piena visuale del grande bagno che possedevano. Guardando il lavandino vide qualcosa che le fece saltare il cuore in gola, c’era tanto sangue, troppo da sopportare. Spostando lo sguardo ne vide altro insieme ad un liquido che sembrava saliva sulla vasca da bagno.
“Papà!” La ragazza si stava agitando “Papà!” Gridò ancora. Aprì la porta dello sgabuzzino, perquisì tutte le stanze della casa fino a che si ritrovò di nuovo in cucina. Stava cominciando a piangere, suo padre, l’ultima persona cara che gli era rimasta, era sparita. Solo dopo essersi asciugata le lacrime si accorse di un pezzo di carta sopra al tavolo, avvicinandosi notò che era sporco di sangue. Lo lesse almeno due volte:

Tesoro, prendi la chiave, vai allo Zoo e nasconditi nel mio ufficio al posto di guardia, penso sia l’unico posto sicuro dato che si chiude da fuori. Li troverai cibo e riparo. Voglio che ti sigilli la dentro e non uscire fino a che non arrivino dei soccorsi. Se non dovessero arrivare.. se riesci arriva al magazzino, li troverai razzi segnalatori che spero possano essere visti.
La nostra casa non è più sicura.. credo.. Non dovresti trovare di quei mostri mentre esci da qui, ci ho pensato io, in ogni caso ti lascio quell’arma che hai tanto odiato in questi anni, ti servirà forse durante il tragitto verso quel posto. La troverai sul bancone del nostro ex portinaio, te la lascio li... si li.. Mi spiace non darti una spiegazione, ma penso sia meglio così. Ti voglio bene, papà.


Kathleen piangeva ancora e non fece caso a come si stesse sporcando le mani di sangue, toccando quel biglietto. Voleva solo che il padre tornasse, non voleva credere che l’avesse abbandonata così. Si convinse però che forse c’era stato un motivo più che valido.
Dopo aver preso coraggio e smesso di piangere, la ragazzina aprì il frigorifero e prese qualche barretta di cioccolato per sicurezza e se le cacciò nelle tasche dei jeans, quelli all’ultima moda. Si diresse alla porta, con in tasca le chiavi d’ingresso allo Zoo, e sospirando concepì perché non aveva più sentito i mostri dopo gli spari, li aveva uccisi il padre per lasciarle un po’ di via libera. Aprì la porta, ormai non più sigillata, con il cuore che batteva a mille, pronta, o forse no, a rimettere i piedi fuori di casa e di percorrere quelle strade che una volta poteva definire sicure...

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emh...non so cosa sia ResidentEvil ma la fanfic è caruccia!!! Very Happy
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Re: La Città dell'Orrore

Messaggio Da Honey il Mer Dic 29, 2010 12:16 pm

Resident Evil è un videogioco semi Horror dove devi cacciare e uccidere gli Zombie che stanno infettando tutti XD io giocai al quattro se non mi sbaglio
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